Un pezzo della città di Arezzo dentro Firenze: il Canto degli Aretini

È il giorno di San Barnaba del 1289. Nella piana di Campaldino, di buon mattino, si schierano i cavalieri della prima linea, i cosiddetti feditori, delle due fazioni. Seguono schiere di fanti e balestrieri. L’aria è pesante; parte il comando: si va all’attacco. Firenze contro Arezzo. Guelfi contro Ghibellini. Gli aretini, guidati da Bonconte da Montefeltro, galoppano contro i fiorentini tentando di sfondare la difesa e penetrano nelle schiere nemiche per diversi metri. Tra questi, un giovane che, nel cuore dell’azione, si farà prendere dal panico per la furia della battaglia, arrivando a dire: “ebbi temenza molta”. Quel ragazzo era Dante Alighieri.
Mentre cadono a terra i primi e si esaurisce l’effetto della carica di cavalleria aretina, ben tenuta dall’esercito fiorentino, molti appiedati cominciano a brandire mazze e spade dando inizio ai duelli nella mischia. Cariche e controcariche; volano ovunque i quadrelli di rinforzo dei balestrieri, tra polvere e sudore, strilli e cadaveri. I guelfi si riorganizzano e contrattaccano anche grazie alle riserve, più fresche, guidate da Corso Donati, e si avventano sui fianchi dell’esercito ghibellino, vincendolo, anche grazie alla fuga del capitano delle riserve ghibelline, Guido Novello, che, creduta già persa la battaglia, fugge coi suoi verso il castello di Poppi. Solo poche ore e il terreno è rosso del sangue d’Arezzo. Per i fiorentini, più numerosi nella schiera dei devoti del Papa, è la vittoria. A terra, senza vita, circa 1700 aretini. L’esercito di Arezzo, tra le potenze militari più valide della storia medievale, è colpito duramente, così come la classe dirigente cittadina, quasi azzerata.
Parte la caccia ai vivi da rendere ostaggio. Soldati e nobili a malapena sopravvissuti per cui chiedere un riscatto. Gli aretini, distrutti nella politica, nell’animo e nelle economie dopo la devastante guerra, non poterono permettersi in maggioranza di pagare quel tributo, abbandonando alla morte i loro concittadini. Per pietà, quelle vittime furono sepolte in una fossa comune che oggi è nota come “canto degli aretini”, dove canto significa angolo. Un luogo mistico e profondo, segnato da una candida colonna, curato dall’amministrazione comunale di Arezzo, pur essendo nel territorio del Comune di Firenze, in via di Ripoli, teatro, ogni anno, di una comune celebrazione.
Due antiche rivalità, per due città che si equivalevano, prima del grande Rinascimento fiorentino, ma divise per secoli. Unite oggi, da un lembo di terra di un’amministrazione che si insinua, come una costola nel costato dell’altra e “nell’italiana concorde potenza”, così come recita la lapide posta a memoria di quei fatti e di quei morti in corrispondenza del “canto”, che ha abolito per sempre quegli “odii da città a città”
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