Tra Storia e Ricordo: le vicende di Istria, Dalmazia e Venezia Giulia

Nel cuore della regione balcanica, tra i maestosi golfi di Trieste e del Quarnaro, si snodano le terre dell’Istria, della Dalmazia e della Venezia Giulia. Queste regioni, ricche di storia e cultura, hanno vissuto anni complessi che le hanno legate all’Italia, dall’era romana fino ai travagliati periodi veneziani.

Nel 177 a.C. l’Istria è entrata nell’orbita dell’impero romano, ottenendo nel 27 a.C. la cittadinanza romana grazie ad Augusto. La Dalmazia, con il suo ricco passato romano, è stata la terra di quattro imperatori, tra cui il notevole Diocleziano. Dopo periodi tumultuosi legati alle invasioni barbariche, all’impero bizantino e al Sacro Romano Impero, queste regioni hanno stretto legami sempre più saldi con Venezia, culminando nell’unificazione delle città costiere sotto l’insegna del leone di San Marco a partire dal 1400 fino alla fine del 1700.

Dopo essere passata sotto la dominazione napoleonica, l’Istria tornò agli Asburgo nel 1814. Durante i 121 anni di dominio austriaco, la popolazione della costa orientale era prevalentemente di etnia italiana, mentre gli Slavi occupavano le campagne. Le tensioni etniche, alimentate dal governo asburgico, portarono allo spostamento degli Slavi verso la costa, con la chiusura delle scuole italiane e il clero slavo che istigava l’avversione verso l’Italia.

La Prima Guerra Mondiale vide molti irredentisti alla testa della campagna per l’intervento dell’Italia contro l’Austria. Nomi come Cesare Battisti e Fabio Filzi divennero simboli di questo periodo. Alla fine della Grande Guerra il trattato di Rapallo del 1920 assegnò all’Italia l’Istria, Zara e altre regioni, segnando un capitolo importante nella storia di queste terre.

Il periodo fascista fu segnato da scontri tra nazionalisti italiani e popolazioni slave, che culminarono con leggi ad hoc per l’italianizzazione forzata. Ma il dramma delle foibe, profonde cavità naturali tipiche delle zone carsiche, si consumò tra il 1943 e il 1947, coinvolgendo quasi diecimila italiani.

Le prime ondate di violenza vennero messe in atto dai partigiani slavi contro i fascisti e gli italiani non comunisti e furono particolarmente forti e numerose subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Ad essere gettati nelle foibe furono fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini.

Nei mesi successivi la Dalmazia venne occupata dall’esercito tedesco; a Spalato tutti coloro che avevano appoggiato i partigiani slavi, tra cui anche numerosi ufficiali italiani, vennero trucidati e i loro corpi furono gettati nelle fosse comuni. Anche in Istria e in Venezia Giulia l’offensiva tedesca portò all’annientamento delle forze partigiane e alla deportazione della popolazione nei campi di sterminio.

Sul finire del 1944 l’esercito tedesco iniziò la ritirata, spinto anche dalle armate jugoslave di Tito, che occuparono dapprima la Dalmazia, per poi spingersi in Istria e in Venezia Giulia. A partire da maggio 1945 a Trieste, a Gorizia e a Fiume il regime comunista di Tito avviò un’intensa campagna di epurazione contro le forze di ordine pubblico, i collaborazionisti fascisti, anche presunti, le formazioni militari, ma anche numerosissimi civili, che furono arrestati, torturati, uccisi e gettati nelle foibe, alcune volte ancora vivi.

Il 10 febbraio 1947 l’Italia ratificò il trattato di pace di Parigi, con la restituzione alla Jugoslavia dei territori occupati durante la Seconda Guerra Mondiale, ma anche di quelli concessi con il trattato di Rapallo del 1920. Tale accordo portò a un massiccio esodo: circa trecentocinquantamila persone divennero esuli in cerca di accoglienza in Italia. Gli accordi sui confini del 1954 e del 1975 delinearono la situazione attuale, con alcune regioni tornate sotto la sovranità italiana.

Per decenni la storia degli italiani uccisi nelle foibe è stata avvolta nel silenzio. Il 30 marzo 2004 segna un capitolo significativo nella storia italiana con l’approvazione della Legge n. 92, comunemente conosciuta come “Legge Menia”. Questa normativa istituisce il “Giorno del Ricordo” per onorare le vittime delle foibe; il 10 febbraio è stato scelto come data simbolica, in quanto rappresenta l’anniversario della firma del trattato di pace di Parigi nel 1947.

Vent’anni dopo la sua promulgazione, la Legge Menia rimane un importante passo nel riconoscimento e nella commemorazione delle vicende drammatiche vissute dalle comunità italiane durante la Seconda Guerra Mondiale e nei decenni successivi. L’Italia continua a onorare le vittime e a preservare la memoria di un periodo cruciale della sua storia. In queste terre intrise di storia e dolori il “Giorno del Ricordo” rappresenta un tributo necessario per onorare la memoria di coloro che hanno sofferto durante quegli anni bui. Attraverso la comprensione e il ricordo possiamo contribuire a preservare la storia e a costruire un futuro basato sulla pace e sulla comprensione reciproca.

«Questa è l’occasione per ricordare la tragedia delle vittime del fascismo italiano che perseguitò le minoranze e si avventò con le armi contro i vicini croati, e sempre operò contro la libertà e la vita degli stessi italiani. Questa è l’occasione per ricordare le vittime italiane della folle vendetta delle autorità postbelliche dell’ex Jugoslavia. Gli atroci crimini commessi non hanno giustificazione alcuna. Essi non potranno ripetersi nell’Europa unita, mai più. Condanniamo ancora una volta le ideologie totalitarie che hanno soppresso crudelmente la libertà e conculcato il diritto dell’individuo di essere diverso, per nascita o per scelta.»

(Dichiarazione congiunta del Presidente della Repubblica Italiana e dal Presidente della Repubblica di Croazia pronunciata il 3 settembre 2011)


Elenco dei viterbesi infoibati, fucilati o deceduti nei campi di concentramento jugoslavi

Finimaldo Angeletti, Nepi, 8 maggio 1913 – Plevia, 19 novembre 1944. Sotto Brigadiere della guardia di finanza.

Augusto Bacchi, Acquapendente, 20 aprile 1920 – Gulag di Borovnica, 26 giugno 1945. Guardia di finanza.

Otello Bigerna, Acquapendente, 5 ottobre 1887 – San Pietro di Gorizia, 13 settembre 1943. Civile, impiegato della prefettura.

Francesco Brocchi (detto Franco), Civita Castellana, 23 settembre 1915 – Polo, in data imprecisata del 1945. Brigadiere dei carabinieri.

Ennio Carosi, Carbognano, 15 febbraio 1912 – Gorizia, 7 maggio 1945. Vice brigadiere dei carabinieri.

Carlo Celestini, Viterbo, 6 marzo 1922 – Dyakovo, 28 aprile 1945. Sergente dell’esercito.

Pierino Corinti, Castiglione in Teverina, 4 gennaio 1911 – Canebola di Faedis (Udine), 26 aprile 1945. Guardia di finanza.

Luciano Lupattelli, Vetralla, 24 maggio 1906 – Foiba di Aquilina, frazione di Muggia, 24 aprile 1944. Carabiniere.

Giulio Mancini, Civitella d’Agliano, 19 settembre 1922 – Gorizia, 24 giugno 1945. Carabiniere ausiliario.

Cesare Merlani, Viterbo, 21 febbraio 1909 – Gulag di San Vito di Lubiana (Borovnica), luglio 1945. Guardia di finanza.

Fabio Pulcinelli, Fabrica di Roma, 11 marzo 1923 – Spalato, settembre 1943. Guardia di pubblica sicurezza.

Vincenzo Quadracci, Vasanello, 22 maggio 1894 – Equile Lipizzano, 25 maggio 1945. Vice brigadiere di pubblica sicurezza.

Giovanni Ricci, Bassano in Teverina, 18 febbraio 1915 – Campo di concentramento di Bar (Serbia), 26 luglio 1946. Guardia di finanza.

Fabio Tamantini, Viterbo, 25 dicembre 1907 – Grobnico, 14 giugno 1945. Guardia scelta di pubblica sicurezza.

Giovanni Tiburzi, Cellere, 24 agosto 1916 – Fiume, maggio 1945. Vice brigadiere dei carabinieri.

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