Quinto Spurinna: un’identità ri-scoperta

La famiglia al centro di questo articolo è quella degli Spurinas-Spurinnae (il suffisso –innae è peculiare dei nomi etruschi) una potente gens tarquiniese, forse la più potente della città nella prima metà del IV secolo a.C., emersa come tutte le altre dell’età della rinascita nel V secolo a.C.

Grazie agli Elogia Tarquiniensia, eccezionali documenti epigrafici in latino incisi su lastra di marmo lunense in età giulio-claudia, abbiamo i resti della breve biografia di tre personaggi vissuti fra la fine del V e la metà del IV secolo a.C.: il capostipite Velthur Spurinna Lartis, suo figlio (natu minor/figlio minore) Velthur Spurinna Velthuris e suo nipote Aulus Spurinna Velthuris.

Giunte ai giorni nostri purtroppo con gravi lacune, erano destinate a fornire allo spettatore l’identità di tre statue, ovviamente perdute, erette nel grandioso tempio dell’Ara della Regina all’inizio dell’età imperiale, per celebrarli in quanto antenati di una famiglia senatoria romana di fresca nomina, quella dei Vestricii Spurinnae. Sempre a Tarquinia sono presenti i due straordinari complessi funebri “dell’Orco I” e “dell’Orco II” riferibili a questa gens. Grazie agli affreschi presenti in questi luoghi, si riescono a individuare anche altri membri illustri come Velia Spurinai, oppure si notano allusioni alla loro aruspicina: l’arte divinatoria che consisteva nell’esame delle viscere (soprattutto fegato e intestino) di animali sacrificati per trarne segni divini e norme di condotta. Leggenda vuole che l’aruspice personale di Giulio Cesare sia stato uno Spurinna, egli (di cui il nome non è noto) predisse al dittatore romano la tragica morte alle Idi di Marzo.

C’è invece un membro della celeberrima stirpe che è rimasto in ombra e, proprio in un gioco di luci e ombre, lo ritroviamo dipinto nella seconda sala, la sala Regia, del palazzo dei Priori di Viterbo nel ciclo pittorico eseguito dal bolognese Baldassarre Croce tra il 1588 e il 1592, ispirato agli scritti del frate domenicano Giovanni Nanni, detto Annio (Viterbo, 5 gennaio 1437 – Roma, 13 settembre 1502) per dare lustro alla sua terra, primato dell’Etruria.

Ad affollare le scene ci sono personaggi del calibro di Noè che fonda la città attraverso la tetrapoli, i rappresentanti più significativi della dinastia dei Paleologi e ben due pontefici, Celestino III e Paolo III Farnese. Tra questi illustri, all’angolo sinistro, c’è un giovane Spurinna ritratto come un soldato, accompagnato da una lunga epigrafe che spiega chi sia: si tratta di Quinto Spurinna, figlio di Quinto, di cui si dà tutta una celebrazione di imprese riferite al trionfo della pudicizia.

A fornire notizie più complete è l’etruscologo Anton Francesco Gori (Firenze, 9 novembre 1691 – Firenze, 20 gennaio 1757) che lega il personaggio a un’iscrizione trovata nei primi del Seicento ad Arezzo. Secondo l’erudito fiorentino, nel 1605 i priori di Arezzo scrivono agli omologhi di Viterbo (con cui hanno rapporti fin dal Trecento in quanto riconoscono la città come un vero e proprio capoluogo dell’Etruria) comunicando di aver trovato la suddetta iscrizione tra i ruderi del Duomo della cattedrale di Santa Croce.

Il soggetto dell’iscrizione è Quintiano Spurinna, un personaggio che ha avuto vari incarichi in vari luoghi tra cui Vetulonia, ed è questo il motivo per cui gli aretini mandano il testo dell’iscrizione a Viterbo che è considerata la nuova Vetulonia.

Gori la associa ai versi di Valerio Massimo (Valerius Maximus, Roma, I secolo a.C. – Roma, I secolo d.C.) in cui lo storico romano nella sua opera Factorum et dictorum memorabilium libri IX (Nove libri di fatti e detti memorabili), narra di uno Spurinna adulescens annoverandolo come exemplum in seguito ad un fatto accaduto nella Tarquinia tra V e IV secolo a.C.

A sua volta il passo riprende un’opera del grammatico romano Marco Verrio Flacco (Marcus Verrius Flaccus, Preneste, 55 a.C. – 20 d.C.) dal titolo Res memoria dignae (Cose che vale la pena ricordare), dove si narra di un giovane talmente bello da suscitare le attenzioni neanche troppo velate di tutte le matrone di Tarquinia, così il ragazzo per togliersi dall’imbarazzo mossogli dall’intera città, sfregia se stesso per evitare qualsiasi desiderio di conquista da parte delle donne tarquiniesi.

Il giovane diviene così un modello di comportamento da riproporre anche in tempi successivi. Nel proto umanesimo dei primi del Trecento, Francesco Petrarca (Arezzo, 20 luglio 1304 – Arquà, 19 luglio 1374) lo utilizza come monito di castità, insieme con altri grandi modelli del passato, nel suo poema allegorico I Trionfi. Il poeta però non lo nomina come il giovane Spurinna bensì come il giovane toscano che sfregiò se stesso e, secondo una tendenza per la quale l’Etruria è sinonimo di Firenze/Toscana, il ragazzo diviene toscano.

Sulla scia dell’erronea cittadinanza si pone anche un altro poeta italiano, Giovanni Boccaccio (Certaldo, giugno o luglio 1313 – Certaldo, 21 dicembre 1375) che in varie opere come il Decasibus virorum illustrium (Dei casi di uomini illustri), recupera la vicenda del giovane facendo però confusione con una frase che segue il già citato passo di Valerio Massimo, per cui lo cita come un giovane ateniese e ancora come un giovane romano pur indicando esattamente il nome etrusco Spurinna.

In questi anni la proposta di un modello etico retto e onesto, volto a conformare lo spirito civile degli uomini per la costruzione di una società migliore, doveva essere particolarmente diffusa perché si ritrova anche in un autore minore, fra’ Andrea de Pace, frate siciliano della metà del Trecento, che in un suo libro circa i precetti di castità riferiti sia agli uomini sia alle donne, cita il nostro Spurinna.

Ancora nella seconda metà del Trecento il commentatore di Dante, il notaio Benvenuto da Imola (Imola, 1330/40 – Ferrara, ante 13 agosto 1388), riferendosi al terzo canto del Paradiso, quello di Piccarda Donati, asserisce che la nobildonna ha un precedente antico ed è un’altra bellissima fanciulla fiorentina nomata Spurinna. Egli quindi considera il nome Spurinna come femminile e, come già visto in Petrarca, la fanciulla diviene fiorentina anziché etrusca.

Continua questa tradizione quando Angelo Poliziano (Montepulciano, 14 luglio 1454 – Firenze, 29 settembre 1494) nelle Stanze per la giostra, celebrando le virtù di Giuliano de Medici, lo paragona a Ippolito, Narciso e a Spurinna, ritornando almeno ad essere il ragazzo Spurinna.

Susciterà anche l’interesse di Michel Eyquem de Montaigne (Bordeaux, 28 febbraio 1533 – Saint-Michel-de-Montaigne, 13 settembre 1592) che nei suoi Saggi (Essais) considerati come esperimenti nel campo dei costumi e della morale, scriverà un intero capitolo su Spurinna quale fenomeno di morigeratezza in stretto rapporto tra anima, bellezza e corpo.
Questo interesse verrà poi meno fin quando i Priori viterbesi, come detto a fine Cinquecento, non decidono di inserirlo alla stregua di Noè e gli altri illustri fondatori della città: sebbene non sia né un re, né un imperatore, nella sala Regia si può mettere certamente in quanto uomo integerrimo da tenere a modello.

Baldassare Croce lo raffigura come un guerriero di cui la cosa più interessante è lo scudo che presenta a rilievo una mitra da gran sacerdote ebraico in linea quindi con Noè da cui discendono gli Etruschi, e due ruote di un carro.
E qui torniamo ai Commentaria di Annio, dove compare il riferimento al giovane etrusco, senza che venga però chiamato Quinto; il domenicano sostiene tuttavia che si tratti di un viterbese, ipotizzando che sull’attuale colle del Duomo sorgesse l’antica città o frazione di Surina, identificata con il nome di Spurinna, e giustifica questa teoria con la presenza delle mura a grossi blocchi visibili sotto il ponte del Duomo. Ma la cosa curiosa è che afferma che le insegne di Vetulonia sono proprio la mitra e il carro, di fatto quindi è Viterbo la nuova Vetulonia.

Quinto Spurinna diventa così fondatore e protagonista indiscusso della gloria della città, in quanto nello di congiunzione tra la stirpe pagana della sua gens e quella cristiana con Noè come capostipite, che nottetempo si fusero insieme.

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