C’è stato un uomo che in appena sessantadue anni ha reinventato il colore della vita e della notte, è riuscito a diventare uno dei più importanti pittori della storia, fondendo in alta virtù l’eleganza di Venezia e la potenza di Roma, amico e rivale di Michelangelo, artista di fiducia della corte pontificia. Parliamo di Sebastiano Luciani, detto Sebastiano del Piombo.
Nato a Venezia nel 1485, Sebastiano apprese il mestiere sotto la guida di Giovanni Bellini e Giorgione, ma Roma lo chiamava con promesse di grandezza e riconoscimento. È in quel magma vitale della Città eterna che nel 1511 il giovane Luciani incontra Buonarroti: stava nascendo uno dei sodalizi artistici più affascinanti del Rinascimento. Michelangelo, già un titano dell’arte, vide in Sebastiano un talento grezzo, da plasmare e dirigere, utile alleato nel contrasto alla crescente influenza di Raffaello Sanzio nella corte papale. La loro collaborazione fu forgiata nel fuoco della rivalità e dell’ambizione.
Michelangelo, noto per il suo carattere focoso, forniva a Sebastiano disegni e cartoni, lasciandogli il compito di dar loro vita con pennellate che respiravano la luce e i colori della sua Venezia natale, così come ci ricorda anche Vasari: “Destatosi dunque l’animo di Michelagnolo verso Sebastiano, perché molto gli piaceva il colorito e la grazia di lui, lo prese in protezzione”. Una delle prime grandi opere di questa alleanza fu la “Pietà di Viterbo” (1512-1516). Qui, Michelangelo disegnò i contorni e Sebastiano dipinse un’opera che fondeva la delicatezza dei toni veneziani con la possanza michelangiolesca, come, ancora, rende in cronaca Vasari: “[…] Ma perché, se bene fu con molta diligenza finito da Sebastiano che vi fece un paese tenebroso molto lodato, l’invenzione però et il cartone fu di Michelagnolo, fu quell’opera tenuta da chiunque la vide veramente bellissima. Onde acquistò Sebastiano grandissimo credito e confermò il dire di coloro che lo favorivano”.
Sebastiano, per l’occasione, reinventò persino la notte, donandole toni e intensità rare. Ma fu con la “Resurrezione di Lazzaro” (1517-1519) che la sinergia tra i due artisti raggiunse il suo zenit. Il dinamismo dei corpi e l’intensità dei volti raccontavano la storia di un miracolo con una potenza emotiva rara. Tuttavia, è dopo la morte di Raffaello che la tensione tra i due inizia a farsi tangibile: tra le ambizioni del suo maestro e la sua propria ricerca di identità artistica. Nonostante le difficoltà, le opere nate da questa collaborazione restano come testimonianze eterne della loro grandezza.
Sebastiano del Piombo, con la sua capacità di unire la ricchezza cromatica veneziana alla monumentalità romana, dimostrava di essere molto più che un semplice esecutore dei disegni di Michelangelo. Era un artista che sapeva infondere vita e anima a ogni pennellata. La sua storia, intrecciata con quella di Michelangelo, racconta di un tempo in cui l’arte era un campo di battaglia di talenti e ambizioni, onorando il primo dei suoi comandamenti: rappresentare e tradurre l’Assoluto.
