Il contesto storico: dal modernismo al neorealismo
Il passaggio dal modernismo al neorealismo rappresenta una svolta decisiva nella narrativa italiana degli anni Trenta. Un momento fondamentale è la pubblicazione de Gli indifferenti di Alberto Moravia nel 1929, romanzo che inaugura una nuova attenzione verso la realtà sociale e civile.
Se il modernismo aveva concentrato il proprio interesse sull’interiorità, sulla psiche e sull’inconscio, anche sotto l’influenza delle teorie di Sigmund Freud, il neorealismo riporta al centro il rapporto con il mondo esterno, l’impegno sociale e la rappresentazione concreta della società. Cambiano quindi le strutture narrative: il narratore torna ad essere affidabile e la realtà non appare più irraggiungibile o deformata dalla soggettività.
Tutto ciò coincide con un importante cambio generazionale. I giovani scrittori degli anni Trenta sono cresciuti interamente sotto il fascismo: hanno studiato e si sono formati nell’Italia mussoliniana e, per questo motivo, faticano ad immaginare un’alternativa possibile al regime.
L’antifascismo esplicito raramente rientra nel loro orizzonte mentale; emergono piuttosto disagio, insofferenza e malessere, destinati però ad essere espressi attraverso forme indirette.
La censura e il compromesso con il regime
Nel contesto fascista i giovani scrittori esordienti devono confrontarsi con una duplice censura: una esterna, imposta dal regime, e una interna, derivante dai modelli ideologici assimilati durante la propria formazione.
Per loro, denunciare apertamente la dittatura è quasi impossibile.
Sebbene la censura fascista, almeno inizialmente, agisca soprattutto e con maggiore evidenza nei confronti della stampa e dei quotidiani, anche il romanzo viene sottoposto a controllo, ma in maniera decisamente meno esplicita.
Il fascismo, soprattutto nei suoi primi anni, preferisce ottenere il consenso degli intellettuali attraverso una particolare forma di sostegno economico. Molti scrittori infatti, ricevono finanziamenti, sovvenzioni o aiuti tramite accordi privati. La richiesta di tali benefici da parte degli autori deve essere accompagnata da una dichiarazione pubblica: una sorta di atto di sottomissione, certamente umiliante, con cui essi sottoscrivono la propria adesione e vicinanza al regime.
La parola scritta, in tal senso, non viene solo sottoposta a censura ma sostenuta economicamente, ed è un sostegno senza il quale diventa difficile scrivere, e che genera una sorta di silenzio consenso. In questo modo, il fascismo crea un sistema di dipendenza morale: gli autori possono continuare a pubblicare e godere di una “limitata libertà” espressiva, purché non attacchino direttamente il regime.
Per i giovani autori cresciuti sotto Mussolini questo compromesso può apparire quasi naturale, dando vita a forme di opposizione indiretta e simbolica, talvolta persino inconsapevoli. Per gli intellettuali più anziani invece, il carattere oppressivo del sistema risulta più evidente e questa apparente libertà appare inaccettabile.
Le forme indirette del dissenso
Autori come Moravia, Brancati, Silone, Cialente e Vittorini, giovani esordienti immersi totalmente nel contesto mussoliniano, esprimono il proprio malessere attraverso personaggi, temi e atmosfere che rappresentano implicitamente una critica all’epoca del fascismo in cui sono costretti a vivere.
Nei loro romanzi compaiono figure di inetti, incapaci di agire, depressi e paralizzati dall’incomunicabilità: personaggi completamente opposti al modello del giovane forte, energico e vitale celebrato dalla propaganda fascista.
Anche la giovinezza assume un significato ambiguo: esaltata dalla propaganda del regime, che presenta una nazione “che ha tutta vent’anni” come simbolo di forza e futuro, nei romanzi degli anni Trenta diventa un carcere che genera immobilità e spreco del tempo, una sorta di “condizione narcotizzata”.
Lo stesso avviene per la sessualità, rappresentata come inquieta, fragile e distante dall’ideale fascista di virilità dominante. Parallelamente, le figure femminili rompono il modello tradizionale della donna-madre e moglie, dell’“angelo del focolare” subordinata all’uomo e semplice prosecutrice della specie, assumendo tratti autonomi e anticonvenzionali.
Infine, gli ambienti chiusi e soffocanti dei salotti borghesi e delle case immobili, caratterizzati da spazi e atmosfere claustrofobiche, trasmettono una sensazione di asfissia che riflette indirettamente l’oppressione del regime.
Attraverso queste strategie narrative, più o meno consapevoli, i giovani scrittori esordienti degli anni Trenta riescono quindi a rappresentare, come possono e con i loro mezzi, il proprio senso di disperazione e prigionia storica, costruendo una forma di opposizione silenziosa ma estremamente significativa.
