Il primo conclave della storia era nel pieno. Radunati e chiusi “cum clave” nell’aula centrale del palazzo dei Papi di Viterbo, con la torre dei bagni interdetta, le razioni di cibo limitate e, soprattutto, il tetto scoperchiato in piena estate, così come fu per volere del capitano del popolo Raniero Gatti, i cardinali dovevano fare in fretta: il nuovo Papa andava individuato, il mondo non poteva più attendere. E arriverà, dopo 1006 giorni, portando il nome di Gregorio X, quel Tedaldo Visconti autore della costituzione apostolica “Ubi Periculum”, che stabilirà, dal 1274 per il resto della storia, la modalità di elezione del Papa per mezzo del conclave.
Ma prima di quel lieto momento, i cardinali erano condannati a un travagliato percorso decisionale. Il caldo era insopportabile. I raggi del sole bucavano il cervello come la tortura dell’antica goccia cinese. L’accampamento, così poco consono per uomini di quel rango, cominciava a diventare insopportabile. I cardinali di Santa Romana Chiesa, chiusi a chiave nel “palagio discoperto” provavano una difficoltà molto umana nel tradurre la volontà dello Spirito Santo. Uno di loro, Enrico da Susa, non ne poteva più. Il peso di Dio sulle spalle, le insidie generate dall’uomo in quel momento, gli acciacchi di una vita, resero impossibile sopportare quella detenzione. Valutata la situazione, gli altri porporati decisero di rompere la costrizione: l’Ostiense, così come era chiamato, doveva uscire dal palazzo per essere curato. L’8 giugno 1270, fu chiesto allo scrivano di vergare una missiva che sarebbe passata alla storia, la pergamena del primo conclave:
“Noi, per commiserazione divina, Vescovi, Presbiteri e Diaconi Cardinali della Sacrosanta Romana Chiesa, avendo compassione con fraterno affetto per l’infermità del Venerabile fratello nostro Enrico [«Bartolommei» di Susa] Vescovo di Ostia e Velletri, commandiamo a Voi Alberto di Montebuono [per Pietro Savignoni è «Montebono»], Podestà del Comune di Viterbo, e Raniero Gatti, capitano del popolo Viterbese, di concedere, per quel debito di fedeltà che vi lega a noi ed alla Chiesa Romana, libertà di uscita immediata allo stesso Vescovo da questo palazzo in cui siamo chiusi e di non trattenerlo più a lungo contro la sua volontà, avendo egli per la sola attuale vacazione della Santa Sede rinunciato, davanti a noi elettori del Romano Pontefice, al suo diritto e voto e dichiarato che, nonostante la sua assenza, terrà per valida e gradita quella elezione del Romano Pontefice che verrà da noi compiuta senza di lui e del suo assenso. Dato a Viterbo dal Palazzo Episcopale discoperto questo dì 8 Giugno 1270 vacando la Sede Apostolica”.
Oggi tornata là dove fu redatta, nella Sala Gualtiero del Palazzo dei Papi a Viterbo, la pergamena è un documento di grande rarità, perché testimonianza intatta del primo conclave della storia, per il suo stato di conservazione – ancora oggi a corredo della lettera vi sono i sigilli in cera lacca originali con gli stemmi dei cardinali che presero parte al conclave – e per quella definizione che, per prima, riporta ai fatti di quegli anni, confermandoli: palagio discoperto, ossia palazzo scoperchiato.
Vieni a Viterbo, al palazzo dei Papi, a toccare la storia universale con mano.