Ecco come morire nella storia

In un secondo non c’eri più. Magari legato a un palo, dopo aver commesso un crimine grave, come un parenticidio o un omicidio di massa, mentre i tuoi aguzzini ti privavano lentamente della vita, tagliuzzando il tuo corpo o asportandone alcune parti, molto lentamente nel corso delle ore, tramite il supplizio del Lingchi – tortura cinese abolita nel Novecento – o trafitto dalla “Misericordia”, anche detta “extrema ratio”, un pugnalino appuntito che serviva per dare il colpo di grazia ai soldati gravemente feriti caduti sui campi di battaglia del Medioevo.
Armi da fuoco d’ogni sorta, falconetti, archibugi e colubrine, armi bianche di ogni tipo, stiletti, quadrelli, spade a due mani, pistole “tascabili” come la Derringer, o nascoste, come quella del doge di Venezia Francesco Morosini, nel XVII secolo, infilata ad arte tra le pagine della Bibbia, che funzionava anche a libro chiuso, tirando semplicemente il segnalibro per fare fuoco. Ogni epoca evolve la tecnica della morte, così come sviluppa il diritto o la scienza, evocazione del motto: Si vis pacem, para bellum. Così, la seconda guerra mondiale ci racconta delle bombe di pulci infette da peste bubbonica create dall’Unità segreta 731 dell’esercito imperiale giapponese, specializzata nella ricerca e nella produzione di armi batteriologiche e chimiche, o l’universo di Roma antica, che non delude mai in quanto a storie leggendarie, della “poena cullei”, pena che veniva inflitta a chi si fosse reso colpevole di parricidio e che consisteva in una morte orribile, in cui il parricida veniva cucito in un sacco insieme a un cane, un gallo, una vipera e una scimmia e poi gettato nel Tevere.
Storie di fantasie, di danni e di beffe, che, in fondo, ci riportano alle parole di Albio Tibullo, riprese da Ermanno Olmi nel suo Il mestiere delle armi: “Chi fu il primo che inventò le spaventose armi? Si aprì la via più breve alla crudele morte. Tuttavia il misero non ne ha colpa. Siamo noi che usiamo malamente quel che egli ci diede per difenderci dalle feroci belve”.
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