Verso una consapevolezza della città
L’Italia è universalmente considerata un “museo diffuso”: non c’è città, non c’è piccolo borgo, non c’è località che non conservi tracce storiche, monumenti, tradizioni e peculiarità paesaggistiche di grande pregio e interesse. I visitatori e gli stessi cittadini vivono così un’esperienza unica, legata non soltanto all’arte, ma anche a realtà produttive, artigianali e tradizionali che portano alla compenetrazione di paesaggio e patrimonio culturale, divenuta tratto distintivo dell’immagine del nostro Paese. La consapevolezza e la conoscenza del valore di questo patrimonio sono dei pilastri su cui riattivare una vera partecipazione collettiva a sostegno del “turismo consapevole”, quello che cerca l’eccellenza nell’arte, nel paesaggio, nel cibo, nella fede e nella cultura della città attraverso la sua storia e la sua identità. L’Italia è un vero e proprio paese delle meraviglie e noi siamo, inevitabilmente, Alice che si ritrova “nel bel mezzo della fiaba”. Dalle Dolomiti alle Eolie per il viaggiatore, ogni luogo si mostra d’intatta e miracolosa bellezza perché il nostro è un patrimonio antico, che resiste all’inesauribile incedere del tempo che, se da una parte impreziosisce, dall’altra si dimostra essere un tiranno.
In ogni paese, anche il più piccolo, è possibile cogliere un dettaglio che ad una prima vista era sfuggito e che ora può regalare impreviste suggestioni, potenziali protagoniste di una personale cartografia dei luoghi del cuore. Negli ultimi vent’anni, attraverso disposizioni legislative e normative, si è cercato di uscire dall’idea che considerava musei, monumenti, parchi archeologici come entità a sé stanti, promuovendo invece una rete a livello territoriale in cui attuare processi didattico-educativi, sociali e di redditività economica in quanto processi che generano profitto dal loro utilizzo. Adattare la tutela e la valorizzazione al più vasto concetto di città/paesaggio comporta un notevole cambiamento di prospettiva, percepito non solo dal visitatore ma anche dal cittadino che diviene parte integrante e consapevole della vita culturale e storico-artistica della sua città.
Viterbo è in cammino verso questa nuova presa di coscienza: per la sua storia e le tante emergenze architettoniche sia private, che civili, che religiose si pone alla sequela delle cosiddette città-museo, acquisendo per diritto una “personalità museale” che va potenziata e utilizzata come strumento per la più estesa conoscenza dei centri storici quali testimonianza dell’evoluzione della civiltà. A Viterbo ci sono almeno tre tipologie di preesistenze architettoniche aventi una “personalità/carattere museale”: la prima è costituita dalle tante chiese che puntellano il tessuto urbano. Queste possono essere sia luogo di culto, quindi che mantengono la loro funzione originale, ma, il più delle volte, presentando testimonianze di un’importante produzione artistica quali San Francesco, Santa Maria Nuova o la Santissima Trinità, divengono anche museo e da qui scaturisce l’esigenza di unire alla funzione cultuale quella museale.
Una seconda tipologia è quella che prevede una diversa destinazione d’uso della preesistenza, è questo il caso dei profferli, elemento architettonico peculiare delle abitazioni medievali: questi hanno ovviamente perso l’originaria destinazione d’uso legata alla difesa ma nulla preclude la possibilità di ammirarli ancora oggi, anzi sono mantenuti intatti e ne viene valorizzato al meglio tutto il loro valore. Un ultimo caso di “personalità museale” è quello in cui l’elemento architettonico abbia irreversibilmente perduto la sua ragione d’essere, perché magari superata dalle mutate esigenze storiche che prima l’avevano determinata. È questo il caso delle fontane che, abolita la loro funzione di sostentamento quotidiano a servizio del popolo, specialmente del popolo minuto, restano comunque testimoni silenziose, sopravvissute al tempo e in perenne vitalità museale.
Da questa sommaria suddivisione, appare evidente come il “museo istituzionalizzato” e il “museo fuori dal museo”, la città, pur nella loro profonda diversità, risultino chiaramente complementari l’uno all’altro nello svolgimento della loro funzione culturale. L’analogia tra la conservazione dei beni dentro il museo con quella fuori di esso è chiara: una pala d’altare pur avendo perduto la sua ragione devozionale, sopravvive nel museo per un uso culturale, come sopravvive nella città una porta d’accesso pur avendo perso da secoli la sua ragione celebrativa. Non appare quindi fuori luogo considerare interno al processo di musealizzazione delle città il formarsi stesso dei musei, che conservano tutto ciò che la città non ha potuto conservare in loco.
L’auspicabile applicazione di questa sinergia comporterebbe un notevole stimolo alla fruizione del tessuto urbano in termini di crescita culturale, civile e economica. Da questo dualismo complementare, musealizzazione della città-museo, si possono trarre due fondamentali considerazioni: la prima è che il museo tradizionale rappresenta solo uno degli strumenti necessari a garantire la conservazione, la conoscenza e la trasmissione al futuro dell’eredità storico-artistica e architettonica; la seconda è che le azioni di tutela non siano fine a sé stesse ma associate a una precisa azione museale volta a far emergere tutte quelle letture che possano interessare le varie categorie di pubblico, usando e sfruttando ogni mezzo tradizionale o rivoluzionario, che consenta il raggiungimento di tale obiettivo. A tal proposito è virtuoso l’esempio di tutela e musealizzazione operato dal Museo dei Portici, secondo cui si è data una nuova e più felice esposizione ai due capolavori di Sebastiano del Piombo, la Flagellazione e la Pietà. Le opere sono presentate seguendo delle accortezze che vanno ad esaltare la loro “personalità museale”: ad ogni pala è dedicata una sala che permette al visitatore di godere appieno di ogni dettaglio, il loro supporto è una vera e propria cornice in muratura, non bianca ma con un colore che non riflette la luce, che, oltre a garantirne il sostegno, permette al visitatore di girare intorno all’opera, tutto ciò permette quindi non solo una contemplazione senza elementi di disturbo ma anche il piacere della conoscenza degli schizzi posti sul retro di entrambe le tavole.
Grazie alla sinergia tra il comune di Viterbo, il dipartimento di Pianificazione, design, tecnologia dell’architettura della Sapienza e Archeoares è stato fatto un grande passo in avanti perché, se è vero che le opere stesse si riconoscono solo nel momento in cui qualcuno le percepisce allora, l’essere diventato accessibile rende il Museo dei Portici veramente un luogo aperto a tutti e per tutti, in cui si partecipa attivamente alla vita culturale del territorio, un esempio di best practice da emulare e migliorare sempre più. Concludendo, la valorizzazione del patrimonio storico-artistico, che si estende oltre i confini dei musei tradizionali per abbracciare l’intera città come un museo diffuso, rappresenta un cambiamento significativo nella percezione e gestione dei beni culturali. Questo approccio integrato non solo potenzia la fruizione culturale, ma promuove anche una maggiore consapevolezza e partecipazione dei cittadini alla vita storica e artistica delle loro città. In questo contesto, l’equilibrio tra conservazione e fruizione, tra contenuto e contenitore, è fondamentale per garantire che l’eredità culturale non solo sia preservata ma anche vissuta e apprezzata dalle generazioni presenti e future.
Dott.ssa Cavallari Maria Chiara
