Dinamitarda, come le micce dei cannoni che prendevano fuoco nell’odore di zolfo acuito dall’umidità del giorno, o come il piccolo fuoco chimico che univa metalli preziosi, nel suo chirurgico essere orafo. Così potremmo descrivere l’esistenza terrena di uno dei più grandi artisti mai nati, Benvenuto Cellini.
Vita e opere di un abilissimo musicista, scultore, rissaiolo e omicida, genio esplosivo che offrì la sua arte ai potenti del Rinascimento, come Paolo III Farnese e i Medici. Ma la storia di Cellini non si limita al mondo delle arti: un episodio tra i più rocamboleschi lo vide protagonista come difensore armato durante il Sacco di Roma del 1527.
Roma, devastata dai Lanzichenecchi, era sotto il controllo delle truppe imperiali di Carlo V, e Castel Sant’Angelo rappresentava l’ultimo baluardo di difesa per Papa Clemente VII. In questa situazione disperata, Cellini, che si trovava tra i difensori della fortezza, non esitò a prendere parte attiva alla battaglia. Lontano dal ruolo dell’orafo, Cellini si armò di un archibugio, un’arma da fuoco più maneggevole, e prese posizione sulle mura. Nel mezzo del caos della battaglia, Cellini – così come afferma, nonostante i dubbi degli storici – scorse tra le linee nemiche una figura di spicco: Carlo III di Borbone, alto ufficiale delle truppe imperiali. Quest’ultimo stava guidando personalmente l’assalto contro Castel Sant’Angelo, sicuro della vittoria. Ma non aveva fatto i conti con l’abilità di Cellini, che, nonostante fosse meglio conosciuto per la sua maestria con l’oro, dimostrò una precisione altrettanto letale con le armi.
Cellini racconta con fierezza nella sua autobiografia il momento in cui prese la mira e sparò con l’archibugio. Il proiettile colpì Carlo di Borbone in pieno, uccidendolo sul colpo e cambiando il corso degli eventi dell’assedio. «Con una botta di schioppo lo spicciolo e quello cascò morto». La morte del graduato imperiale rappresentò un momento decisivo della battaglia, generando confusione e scompiglio tra le truppe contrapposte a quelle che difendevano Castel Sant’Angelo. Si narra che addirittura la palla partita dall’arma dell’artista colpì la spada che lo sventurato ufficiale teneva sguainata davanti a sé, finendo per ferirlo mortalmente tagliandolo in due pezzi.
Questo episodio, oltre a sottolineare il valore militare di Cellini, è diventato un simbolo della sua personalità complessa e indomita. Non era solo un orafo in grado di plasmare capolavori come il Perseo, ma un uomo capace di affrontare situazioni estreme con la stessa precisione e determinazione che metteva nelle sue opere.
L’uccisione di Carlo di Borbone, così le violenze e gli omicidi che segnano la sua esistenza, cristallizzano nella storia una personalità che riusciva a unire in modo unico l’arte della creazione e quella della distruzione.
