Ore 6.30. Un’alba bollente a Milazzo il 20 luglio 1860.
Lo sguardo del comandante Garibaldi è così denso da poter bucare le mura della Cittadella fortificata, splendore di antichi popoli e virtuosa genialità come raccolto di secoli, dalla Magna Grecia, agli Aragonesi e oltre, la più grande fortificazione della Sicilia. Mentre si caricavano i fucili e i cannoni, tra le grida degli ufficiali e le ultime disposizioni sul campo, cominciavano le scaramucce. Era da fare l’Italia, partendo dalla punta dello stivale, dal mare, dalla costa, col vento in poppa dei liberatori. Camicie rosse, “mille” e più certamente, circa seimila, contro i borbonici, asserragliati nel castello milazzese, sfruttando le opere militari partorite dall’ingegno architettonico dei maestri al servizio degli Aragonesi, come anche dei Normanni e degli Spagnoli, che resero quella “città murata” inespugnabile persino per i pirati turchi, tra postazioni di cannoni, revellini, mura e contromura, caditoie, splendida e viva ancora oggi. Dragoni e cacciatori, brigate e divisioni. L’odore acre della polvere da sparo che invadeva ogni cosa, il galoppo dei cavalli, le sciabole che brillavano al sole. Oggi iniziava, 164 anni fa, la battaglia di Milazzo. I garibaldini avevano di fronte un comandante borbonico pronto a difendersi, Ferdinando Beneventano del Bosco.
La battaglia infuria ma gli iniziali attacchi dei garibaldini, seppur in superiorità numerica, sono goffi e disorganizzati. Gli stessi si ripetono furenti, ora dopo ora, per mano della colonna Medici, la Cosenz, la Brigata Malenchini, i Carabinieri genovesi, tra le fila dei Mille. Nella calca persino lo stesso Garibaldi rischierà la vita, rischiando di essere colpito sotto a un piede, durante un improvviso attacco della cavalleria contrapposta. Il comandante verrà coraggiosamente salvato da una fine certa dal valoroso ufficiale Giuseppe Missori, che lo sottrarrà al travolgimento nemico. Per tutto il giorno proseguono gli scontri, mentre sul campo non arrivano i rinforzi, guidati da Raffaele Pironti, chiesti da Bosco e di stanza alla cittadella fortificata.
Un colpo durissimo per i borbonici che cercavano rifugio tra le vie della città e che si intensificava con l’arrivo della nave Tukory, sembra come frutto di un tradimento tra le fila borboniche, grazie alla quale Garibaldi ebbe a disposizione oltre dieci cannoni “carronata” con cui colpì ripetutamente i nemici, inibendoli e costringendoli al ritiro presso il castello di Milazzo. La resa degli stessi arrivò poco dopo, il 21 luglio, e costrinse le truppe borboniche a lasciare quella terra e, di lì in seguito, la Sicilia.
Quel 20 luglio di oltre centosessanta anni fa, l’Italia unita vedeva un ulteriore tassello unirsi a un grande disegno di fratellanza e di patria che arriva fino a oggi. E sullo sfondo, la cittadella fortificata milazzese, la più grande della Sicilia, che nei lustri si è coperta di gloria, oggi è ancora intatta e perfettamente visitabile.
