Due città perse nella storia e unite dalla distruzione

Pietre, all’apparenza, nient’altro che grossi sassi sagomati e sommati, uno vicino all’altro. Pietre sparse e perse. Città terminate o fatte morire, distrutte o abbandonate tra fitti roveti che tornano a raccontare la loro esistenza, ma solo per chi ha orecchie per ascoltarle.
Non c’è bisogno di andare a perdersi nella jungla, tra gli Aztechi, o in qualche filastrocca fantasy, basta tornare – perché siamo sicuri ci siate già stati – in Tuscia, la provincia di Viterbo: come sempre l’Italia torna a stupirci. Ferento e Castro, dalla grande Roma antica, al Rinascimento più prestigioso, i cui scheletri riposano appoggiati a terra, nell’indifferenza. I loro resti raccontano di un passato che sembra affiorare e svanire come un miraggio, di antichi fasti e rovine dimenticate.
Così Castro, nata dal sogno ambizioso dei Farnese – famiglia d’origine di Papa Paolo III e dell’eterna Giulia – visse una breve stagione di gloria sotto il ducato di Pier Luigi Farnese, che nel 1537 ambiva a trasformarla in un centro rinascimentale degno delle grandi corti italiane. Edifici sfarzosi e palazzi sontuosi fecero di Castro una piccola capitale di virtù e potere. Ma i suoi giorni di splendore furono minacciati dall’astio della Chiesa e da un conflitto crescente con il papato, che culminò con la Guerra di Castro. A causa delle tensioni sempre più gravi tra i Farnese e papa Innocenzo X, la città fu travolta dagli scontri: i contrasti interni alla famiglia Farnese, che cercava di espandere il proprio controllo in opposizione al papato, resero inevitabile il conflitto. Era il 1649 quando le truppe papali invasero e rasero al suolo la città. Del sogno farnesiano non restò che polvere e silenzio: nulla fu risparmiato, e la natura si impossessò di quelle rovine come in un lugubre abbraccio di oblio.
Non distante, ecco Ferento che racconta una storia altrettanto affascinante e crudele. Le sue radici affondano nel tempo degli Etruschi, ma fu in epoca romana che raggiunse il suo apice, meritandosi il titolo di “civitas splendidissima”. Dotata di terme, un foro e un imponente teatro, Ferento era un centro di cultura e commercio, un rifugio di lusso per le nobili famiglie romane. Ma la sua fortuna, come quella di Castro, fu destinata a spegnersi nel sangue e nel fango. Nel 1172, in un momento di rivalità feroce, Viterbo decise di distruggere la città per consolidare il proprio dominio territoriale ed eliminare una potenziale minaccia, concorrente, tra le altre, per il predominio commerciale e strategico. La città fu attaccata e rasa al suolo, i suoi abitanti dispersi trovarono rifugio in una località vicina, e su quelle rovine cadde un silenzio ancor più desolato del frastuono della battaglia, realmente cominciata pochi anni prima, nel 1169, quando i ferentani saccheggiarono Viterbo.
Ogni frammento di muro, ogni scalinata e arco crollato, racconta di un mondo sommerso, nascosto dietro una cortina di mistero che il tempo, forse, non svelerà mai del tutto.
Castro riposa nella boscaglia, in attesa di essere scoperta ancora; Ferento continua a nutrire il nostro tempo con il prezioso teatro, perfettamente praticabile, e con una terra ricca di vita antica da cui emergono, di tanto in tanto, i suoi frutti. La sua area archeologica è stata restaurata ed è sede di eventi culturali. Quando siete in Tuscia non cercate solamente la certa bellezza giunta sino a noi, ma perdetevi nell’incertezza e ricostruitela con l’immaginazione, vi nutrirà.
 
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