Vi avevamo già parlato di un medioevo scioccante, con la brutale uccisione di Enrico di Cornovaglia a Viterbo, un fatto di sangue così grave che fu degno di finire sulla Divina Commedia. Sempre per questa serie, eccone un altro, talmente forte per significato, da diventare, anch’esso, parte del capolavoro dantesco: “Perché men paia il mal futuro e ‘l fatto, veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, e nel vicario suo Cristo esser catto”. Un oltraggio, ci dice Alighieri, così forte che è come se fosse stato inflitto a Cristo.
Una fresca mattina del 7 settembre 1303, ad Anagni, una tranquilla cittadina laziale. Le mura silenziose del palazzo papale sono improvvisamente scosse da un evento che cambierà per sempre il corso della storia. L’aria è tesa e il cielo di piombo sembrano presagire una tragedia. All’interno del palazzo, Papa Bonifacio VIII, ormai settantenne, si prepara ad affrontare uno degli episodi più umilianti della storia della Chiesa.
Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani, era un uomo dalla personalità complessa: forte, risoluto, con una volontà di ferro e un’ambizione smisurata. Il suo pontificato era stato segnato da azioni di grande impatto, come l’indizione del primo Giubileo della storia nel 1300. Fu un evento epocale, un momento di gloria che richiamò a Roma pellegrini da tutta Europa, attratti dalla promessa di indulgenza plenaria per coloro che avessero attraversato le porte sante delle basiliche romane.
Per Roma fu un trionfo, e per Bonifacio un’occasione di riaffermare l’autorità spirituale della Chiesa su tutta la cristianità. Ma quella stessa autorità, che Bonifacio proclamava con tanto orgoglio, lo avrebbe condotto alla sua rovina. La sua visione di un potere papale universale e indiscutibile lo aveva portato in collisione con i sovrani d’Europa, soprattutto con Filippo IV di Francia, detto “il Bello”. Filippo, che non tollerava di essere considerato subordinato alla Chiesa, era deciso a distruggere il potere di Bonifacio. Ed è proprio Filippo il Bello, in un atto di sfida senza precedenti, a mandare il suo consigliere e uomo di fiducia, Guglielmo di Nogaret, accompagnato dal nemico giurato del Papa, Sciarra Colonna, a catturare Bonifacio. I due, insieme a un manipolo di soldati, irrompono nel palazzo papale di Anagni, sfondano le porte e raggiungono il Papa nella sua sala.
Qui la leggenda si fonde con la realtà. La scena è drammatica: Bonifacio VIII, vestito dei suoi paramenti, siede immobile sul trono, con gli occhi fissi sui suoi aggressori. È un momento surreale, quasi teatrale. I soldati lo circondano, e Sciarra Colonna, accecato dall’odio e dal desiderio di vendetta, si avvicina al Pontefice. Con un gesto rapido e deciso, lo schiaffeggia. Il colpo risuona nel silenzio della sala, un suono che è insieme un insulto e una dichiarazione di guerra, sicuramente un’umiliazione, anche se quella violenza fosse solo simbolica e non fisica. Ma quel gesto ha anche un altro significato: è la caduta simbolica di un’epoca, la fine di una concezione del potere temporale del Papa. Bonifacio VIII, che solo tre anni prima aveva celebrato il Giubileo, esibendo il potere spirituale e la magnificenza della Chiesa, è ora umiliato, ridotto a un prigioniero nella sua stessa casa.
Nonostante l’umiliazione subita, Bonifacio non cede. Si dice che abbia risposto con fierezza: “Ecco il mio collo, ecco la mia testa; almeno risparmiatemi la faccia”. Ma il danno è fatto. Lo Schiaffo di Anagni non è solo un affronto personale, è un segnale di un cambiamento epocale: il potere della Chiesa, che aveva brillato tanto intensamente durante il Giubileo, non è più indiscusso.
Il Papa morirà un mese dopo, stremato dal dolore e dalla sconfitta, segnando la fine del sogno teocratico medievale. Anagni, quel giorno, non fu solo testimone di un atto di violenza, ma del crepuscolo di un’epoca che si era illusa di poter dominare il mondo con la forza della fede.
Eppure, il ricordo di Bonifacio VIII e del suo Giubileo rimarranno impressi nella storia. Un papa che, per un breve istante, aveva fatto di Roma il centro del mondo cristiano, prima di vedere quel sogno infrangersi sotto il peso della politica e dell’affronto.
