Giugno 1270.
Scostate dalla pietra le grandi ante di legno e serrati i chiavistelli delle porte monumentali della città, Viterbo viene blindata. Annibaldo, Ottobono, Gottifredo, Guillame, assieme agli altri cardinali, sono presi con la forza e costretti nel palazzo papale dagli armigeri di Raniero Gatti, capitano del popolo. La grande porta scura si chiude a chiave e non sarà aperta fino all’elezione del nuovo Papa. Non si può più tardare, il mondo è in attesa. Ma quel nome non salta fuori da due anni: troppi i compromessi, troppe le pressioni dai francesi D’Angiò. Il tetto del palazzo viene scoperchiato, la torre dei bagni è interdetta, le razioni di cibo limitate. I cardinali sono prigionieri della fede e della politica, non hanno più limiti tra la terra e il cielo, tra loro e lo Spirito Santo, è nel pieno la battaglia tra potere temporale e potere spirituale. Devono decidersi.
In quei respiri affannati, in quelle vesti sudate, tra i nervi che gonfiano i volti dalla tensione, si sta scrivendo una grande parte della storia dell’Occidente: sta nascendo il conclave, il primo della storia, con cui ogni Pontefice verrà eletto al soglio nei secoli. Viterbo entra nella storia del mondo, anche per essere stata la città che ha ospitato la più lunga e difficile elezione di un Papa nella storia millenaria della Chiesa: 1006 giorni.
Quelle stanze del Palazzo dei Papi, celebrate da Benedetto XVI e da Giovanni Paolo II come luogo sacro, senza tempo, incorrotto, ogni giorno accolgono centinaia di visitatori e sono, ancora oggi, motivo di narrazione e fascino. I fatti del Conclave sono stati d’ispirazione anche per il celebre scrittore americano Glenn Cooper nel suo romanzo “L’ultimo conclave” e per Orson Welles per il suo “Otello”
