Quell’omicidio storico che ha sconvolto l’Europa

Sangue sul pavimento della chiesa.
Una stilettata secca al costato.
È stato appena ammazzato un innocente.
Strilli di paura nella navata, i colori delle vesti che si intrecciano nella fuga e il sacerdote che grida terrorizzato. A terra un uomo riverso nel sangue che ancora respira mentre l’assassino fugge dalla porta della chiesa di San Silvestro, guardandosi attorno nello sgomento generale, con la lama che gocciola. È appena stato commesso uno degli omicidi più brutali della storia: Enrico di Cornovaglia, nipote del re d’Inghilterra Enrico III, è stato ucciso senza pietà, addosso all’altare, durante la messa, mentre implorava misericordia.
Un regolamento di conti mentre Viterbo accoglieva cortei e regnanti da tutta Europa, come Filippo III di Francia e Carlo d’Angiò, per seguire politicamente l’elezione papale, a poca distanza da quel “palagio discoperto” che vide la nascita del conclave e l’elezione di Tedaldo Visconti, Papa Gregorio X.
Proprio al seguito dei potenti francesi, Guy e Simone (il giovane) di Montfort, due cugini, influenti nobili e condottieri, decidono di ricambiare il torto: vendicare il corpo sconfitto, trascinato nel fango e mutilato di loro padre, Simone conte di Leicester, da Enrico III nel corso della battaglia di Evesham, appena sei anni prima.
È una mattina di marzo del 1271. L’Europa, schifata e segnata da tanta efferatezza, si ferma a riflettere così profondamente che persino la più alta letteratura ne scrive. Gli occhi iniettati di sangue di Guy e le sue mani che violentano il corpo del “divoto e buon giovane” Enrico di Cornovaglia, come lo definisce Boccaccio che ci racconta dettagli di ghiaccio: “in quella ora che il prete sacrava il corpo di Cristo, entrò nella detta Chiesa il conte Guido di Monforte; e senza avere alcun riguardo alla reverenza debita a Dio, o al re Carlo suo signore, quivi crudelmente uccise Arrigo […] il conte, tornato indietro, prese per li capelli il morto corpo d’Arrigo, e quello villanamente strascinò infin fuori della Chiesa”, fuggendo poi in Maremma dal suocero, il conte Ildebrandino degli Aldobrandeschi.
Anche Dante, nella sua lettura universale dell’uomo, la Divina Commedia, riserva un posto d’onore all’episodio, nel dodicesimo canto dell’Inferno: “Colui fesse in grembo a Dio lo cor che ‘n su Tamisi ancor si cola”, ovvero gli fu mostrato, scorrendo nel girone, colui che tra le mura di una chiesa trafisse il cuore che nei pressi del Tamigi – lasciando intendere, con ciò, Londra – è ancora venerato.
Non v’è stata giustizia per Enrico di Cornovaglia, se non la celebrazione dei suoi resti, a giustificare le parole di Dante: il suo cuore, sistemato in una teca d’oro, fu posto “in su una colonna in capo del ponte di Londra sopra il fiume di Tamigi”, così come ne dà interpretazione Giovanni Villani.
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