“Incontri a Sutri” secondo Antonio Rocca

Con INCONTRI A SUTRI. Da Giotto a Pasolini, Vittorio Sgarbi fa colloquiare l’anima etrusca e quella longobarda della città che amministra. Per spirito etrusco qui s’intende quel linguaggio realista che scorre tra i sarcofagi della Tuscia e il Tardoantico, manifestando la propria vitalità ogni qualvolta la patina ellenizzante imposta dall’élite cede il posto a un certo orgoglio plebeo. Dalla tomba di Virgilio Eurisace sino a Castelseprio, carsica, questa vena popolare continuerà a lasciare traccia di sé durante l’intero Medioevo per divenire classicità con Giotto.

Cronologicamente la mostra prende avvio dalla sezione Petala Aurea, inestimabile collezioni di lamine d’oro longobarde, altissima sintesi di istanze geometrizzanti della gioielleria germanica e di una vocazione astrattizzante di matrice orientale. Seguono un Crocifisso e una Madonna, opere di Giotto e della sua bottega, che sono la radice di quelle pale d’altare, nei borghi abbandonati sugli Appennini o le Prealpi, che Pasolini indica quando si definisce una forza del passato o quando si presenta come ‘il miglior discepolo di Giotto’.

L’immagine della mostra è connubio tra questa genealogia giottesca e i gioielli longobardi della Fondazione Rovati. Il ragazzo con l’orecchino di Livio Scarpella è un busto dorato che s’apparenta ai modelli del Caravaggio e ai ragazzi di vita. Sgarbi ha posto a confronto Scarpella con gli scatti di Dino Pedriali che immortalano Pasolini alla vigilia di una morte annunciata da Teorema o dal corpo martirizzato della Santa Lucia di Caravaggio. Michelangelo Merisi è uno dei fili invisibili che tengono assieme la rete di relazioni che è Incontri a Sutri. A Caravaggio rimandano sia la serie di teleri di Guido Venanzoni, sia le luci di Gherardo delle Notti, sia La cena di Erode di Justin Bradshaw. L’artista londinese, residente in Tuscia, ha architettato un capolavoro compositivo. Su fondo grigio da un festone pendono bandierine come coltelli. Il fuoco della scena è evidenziato da tre bandierine calde: una gialla fa asse con un limone spaccato, una rossa evidenzia l’abito di Salomè, mentre l’ultima, arancione, richiama un melone aperto. Questo decoro da carnevale raggelato si chiude con le cromie fredde del blu e del verde che mettono ai margini, legandole, le figure speculari di Erode e del Battista.

Nella sala di Bradshaw funziona l’incontro con Alessio Deli. Un busto rinascimentale è imprigionato in una scatola, come lo erano le visioni di Bacon o Giacometti. Al fondo però c’è ancora il cubo spaziale di Giotto, inverato e tradito, perché laddove quell’involucro serviva a spezzare il cristallo anaerobico bizantino, qui è reinventato per denunciare l’assenza d’ossigeno. In Deli la maschera antigas e l’esibizione della pelle malata sono testimonianza di un mondo che non riesce a morire e che fa del morbo lo status symbol di un’ultima raffinatissima stagione.

Nella loggia di Palazzo Doebbing Deli dialoga con Chiara Caselli, che espone fotografie di una sensualità allo stesso tempo esplicita e rarefatta. Un erotismo panico che ignora confini tra corpo e paesaggio.

Paesaggista è Franz Ludwig Catel, prossimo ai Nazareni, del quale s’apprezza la devozione per un’Italia di ragazze con occhi grandi e commoventi che sarebbero state scritturate da Pasolini.

Medita sul paesaggio anche Massimo Rossetti, i suoi tagli di sguardi su luoghi simbolo dell’immaginario collettivo sono sineddotici e frustranti. Rimandano a un’assenza, che è poi la mutilazione inclusa nel turismo e nella complementare comunicazione social. A contrasto con Rossetti il curatore ha posto la ricca materia della ceramista sutrina Mirna Marni.

Incastonato nella mostra c’è un omaggio a Tadeusz Kantor, presente con più di trenta disegni, preziosi documenti della fase germinale del suo processo creativo. Dell’artista polacco, noto per il suo teatro d’avanguardia, c’è anche una tela che rimanda alla fucilazioni di Goya. Al tema della morte rinvia Cesare Inzerillo, che compone piccole mummie colte in momenti di spaesante quotidianità. Creature inquietanti comprese tra il memento mori degli scheletri nelle tombe dei Cappuccini e uno humor nero di matrice surrealista.

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